IL MATTO DEL VILLAGGIO

Antonio Ligabue è certamente da considerarsi come l’artista pazzo per eccellenza. È ovvio che se avesse beneficiato della riforma Basaglia probabilmente avrebbe avuto la possibilità di una riabilitazione, invece di rimanere tacciato di follia. Quali erano i suoi disturbi mentali? Troppe opinioni e troppe perizie post-mortem. Ma se c’è una cosa difficile da fare è proprio la redazione di un’autopsia psicologica sulla base di testi, figuriamoci di un’arte visiva sfuggente e interpretabile.  Nel novembre del 2017 il sole splendeva su Napoli che ospitava una mostra del Ligabue nel Maschio Angioino. Ed era già una sorpresa ammirare il pittore lontano dalla nebbiosa Padania, dove secondo lo scrittore Giovannino Guareschi basta poco perché i cervelli inizino a bollire. Oltretutto, se vogliamo assecondare il determinismo geografico, dobbiamo dire che il Ligabue era stato costretto a lasciare la sua Svizzera e si sa che la nostalgia del paese natale può rendere la mente meno stabile. È sufficiente vedere cosa accade alle nostre latitudini con gli immigrati obbligati a lasciare le proprie terre per un pizzico di stabilità e di fortuna. E, infatti, i dipinti del Ligabue ritraggono una natura immaginaria che svela la sua voglia di andare via dalle sponde del Po. Una natura, però, drappeggiata da casupole svizzere che testimoniamo la malinconia dell’abbandono, della solitudine e della sfiga.

Quest’anno Ligabue è ospitato in Russia presso il Museo di Storia Contemporanea della capitale e viene persino accostato a Van Gogh per lo stile e per la biografia, of course. Tra i due artisti ci sono differenze sostanziali nell’ideologia. Per Van Gogh la Natura è destinata alla morte e condivide con l’uomo la stessa sorte. Invece, per Ligabue la Natura è rigogliosa e ha il potere di rigenerarsi anche dopo la morte ma l’uomo è destinato alla putrefazione cui non c’è rimedio. E allora se per l’olandese non c’è speranza lungo il cammino verso la disgregazione degli atomi, per lo svizzero-padano si deve vivere fino in fondo. E allora lo si vedeva sfrecciare tra Gualtieri e Guastalla sulla sua motocicletta Guzzi di colore rosso che con la sua velocità si opponeva alla dura legge della natura matrigna.

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