Alla Biennale

.ALLA BIENNALE ATTRAVERSO LA FANTASIA E L’ESPERIENZA DI BAMBINA

L’arte contemporanea non è a misura di bambino. Dall’Arsenale ai Giardini, tra un edificio e l’altro, è raro vedere esponenti under 10 a meno che non si tratti di infanti, condotti al traino dai genitori, ma mai protagonisti.

Se pensiamo a come nasce una biennale, dove un paese/curatore sceglie e incarica degli artisti ad esprimersi su un tema, ci sarebbero gli estremi per far felice più di qualche bimbo. Trovare chi ti metta in mano carta e colori e ti lasci la libertà di esprimerti per un bambino è cosa naturale, quindi un’esperienza molto vicina alla sua realtà.

Forte di questo approccio ludico Sophia, cinque anni, è andata ai Giardini come giovane visitatrice. La mamma ha preparato la visita raccontandole il percorso alla Biennale come un itinerario alla scoperta di nuove esperienze, dove ci sono tanti colori e disegni, si può inventare, giocare e immaginare un mondo diverso.

E la Biennale vista attraverso gli occhi di Sophia ha riservato non poche sorprese.
Ama disegnare, ogni cosa. Ha dimestichezza con i colori che usa per rappresentare il suo mondo attraverso la fantasia e l’esperienza di bambina. Malgrado queste premesse, tra i padiglioni della Biennale il sentimento dominante è stato disorientamento, un misto tra perplessità e dubbio. La domanda che più di altre usciva, spontanea, dalla sua bocca era: ma questo è vero? Affascinata di fronte alla “piscina” rosa della Svizzera, non le è piaciuto il Canada, che riempie l’intero spazio con un’installazione costituita da materiale riciclato come legno, cartongesso, cartone. Troppa confusione e un’esperienza lontana dalla sua realtà, dove nemmeno il colore si nota.

Una storia diversa nello spazio francese dove è la natura a dare spettacolo e gli alberi di “transHumUs” si muovono in modo quasi impercettibile, rispondendo a una legge che lega l’ondeggiare delle loro fronde alla creazione di un suono. Le grosse zolle, che proteggono le radici della pianta munita di elettrodi, si spostano e la meraviglia cattura gli adulti, affascinati da una natura che pulsa e avvicina il mondo vegetale a quello umano. In fondo, nella nostra cultura antropocentrica, tendiamo a rapportare tutto al nostro essere uomini.

Per noi adulti è quasi una magia, agli occhi della nostra protagonista ciò che più di ogni cosa cattura la sua attenzione non sono gli alberi bensì i divani all’interno del Padiglione. Pensati per l’atto contemplativo e l’osservazione del fenomeno come spettatori, nell’esperienza dei cinque anni diventano oggetto di gioco. Elementi interattivi su cui saltare, fare capriole, scivolare. Il mantra sembra essere interagire.

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Arriva poi la volta del Giappone. Diversamente dall’entusiasmo che colpisce chi entra in un poetico mondo dove l’invito è ad aprirsi, nei suoi cinque anni Sophia rimane indifferente anzi, infastidita quando le impediscono di toccare le chiavi appese. Nel Padiglione Russo ad accoglierla ci sono spazi claustrofobici. Una gigantesca maschera antigas: è reale, si chiede ancora una volta? Nella stanza successiva, un buio totale e il pavimento trasparente con “apertura” sullo spazio sottostante giocano sulla percezione inducendo uno stato di straniamento e di vertigine che Sophia trova interessante.

Ma la stanchezza si fa sentire, è arrivato il momento di mangiare e anche in questo la Biennale non si dimostra a misura di bambino! Panini sintetici, porzioni da sopravvivenza difficili da affrontare anche per gli stomaci più affamati, lunghe code, un bar caffetteria dove le sedute invitano a pause brevissime, lo stretto necessario per ingurgitare il cibo. Sembra proprio che arte e cibo non vadano d’accordo!

Ma che rapporto esiste tra un bambino di cinque anni e l’arte contemporanea?
“Gli adulti non capiscono mai niente da soli ed è una noia che i bambini siano sempre eternamente costretti a spiegar loro le cose”. Con questa frase, tratta dal Piccolo Principe di Antoine de Saint Exupéry Annalisa Farinello, psicologa e psicoterapeuta, ci spiega come un bambino a quell’età rappresenti la realtà come la vive emotivamente.
Noi interpretiamo, abbiamo esperienza e ricolleghiamo ciò che vediamo all’esterno con la nostra mappa cognitiva. Riguardo al bambino invece ciò che vede e di cui fa esperienza è ciò che vive, non c’è mediazione. Considera quello che vive come realtà, non possiede capacità di astrazione. Il suo è un desiderio di conoscere, di indagare per “fare esperienza”. Se non può toccar con mano, agire, avvicinare l’oggetto, non gli interessa.

Per questa ragione il bambino va preparato e il modo migliore è proporgli l’arte attraverso la narrazione per fargliela amare. Una biennale è come una tavola imbandita, dove ci sono pietanze di ogni tipo e gusto. Per fare in modo che il bambino le assaggi, bisogna stuzzicare il suo appetito.

Sono sempre di più le strutture museali che propongono laboratori costruiti a misura di bambino, perché coltivare la cultura del bello fin dalla tenera età, stimolare la conoscenza attraverso canali diversi, ne farà un adulto più consapevole e, magari, anche più felice.

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Di Elisabetta Badiello – Foto di Silva Brendolin

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