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Antonello da Messina, una nuova ipotesi per la Pietà del Museo Correr, di Andrea Donati. Storico dell’Arte.

In occasione della ricerca che ha condotto alla mostra “Tintoretto alla Salute”, mostra accompagnata dalla pubblicazione intitolata“Tintoretto e la scuola della Trinità”, di cui ho parlato il mese scorso su Kyoss, si è scoperto che dalla chiesa del priorato dei cavalieri Teutonici alla punta della Dogana, intitolata appunto alla Santissima Trinità, c’era un dipinto di Antonello da Messina, di cui non si era mai parlato nella letteratura critica moderna. Il siciliano è considerato uno dei più affascinanti pittori di tutti i tempi. Si dice che avesse carpito ai fiamminghi il segreto della pittura ad olio, diffondendo questa nuova tecnica in Italia, dove invece dai tempi prima di Giotto si praticava correntemente la tempera all’uovo. Fu una vera rivoluzione che cambiò il corso della pittura italiana. Antonello da Messina è noto a tutti per alcune immagini iconiche, come la Vergine Annunciata velata da un panno blu notte sul capo, il San Sebastiano della Galleria di Dresda, adolescente dal corpo nudo simile al rocco di una colonna, i ritratti di mercanti dai volti indimenticabili, illuminati da una luce mediterranea e caratterizzati da una finissima psicologia. Dunque non è notizia di poco conto aver scoperto qualcosa in più attorno a un suo dipinto. Il priorato e la scuola della Trinità sorgevano nel sito occupato oggi dalla basilica di Santa Maria della Salute e dal palazzo del Seminario Patriarcale che all’origine era la sede del convento dei padri Somaschi. L’architetto Baldassarre Longhena trasformò radicalmente il volto della punta della Dogana, accanto ai magazzini del sale. Per capire come fosse il sito in precedenza bisogna guardare la veduta di Jacopo de’ Barbari, in cui si riconosce l’aspetto del priorato e della scuola della Trinità. Le fonti ricordano ripetutamente che nella sagrestia della scuola della Trinità c’erano due dipinti di Antonello da Messina e Giovanni Bellini, ma mentre il primo è sempre ricordato come tale, il secondo talvolta viene ricordato come un’attribuzione dubitativa. Il quadro di Antonello raffigurava una Pietà con le Marie. A prescindere che fosse di Antonello o della sua cerchia, risaliva certamente alla fine del Quattrocento, al tempo in cui il priorato della Trinità, cui afferiva l’omonima scuola, apparteneva all’ordine dei cavalieri Teutonici, che aderivano alla regola benedettina e facevano parte degli ordini monastici militari e ospedalieri dei Gerosolimitani,

ramificati lungo le rotte dell’Adriatico e del Mediterraneo orientale. La Pietà con le Marie getta nuova luce sull’operato di Antonello da Messina, o eventualmente della sua bottega, e sul patrimonio artistico del priorato o della scuola della Trinità a Venezia. Non è chiaro infatti se il dipinto apparteneva in origine ai cavalieri o ai confratelli. Il pittore siciliano non risulta aver avuto rapporti di committenza con i Teutonici, né a Messina, né altrove, ma le lacune storiche sono tali da incoraggiare nuove indagini. Tra i documenti noti si trova che il padre del pittore, Giovanni “maczonus” (scalpellino), fece un altare a Messina nel 1446 per la chiesa di San Giovanni Gerosolimitano, officiata dagli Ospitalieri di Rodi. È una notizia modesta, che però indica come non sia impossibile per Antonello, che viaggiava lungo l’Adriatico, aver intercettato una richiesta dei cavalieri Teutonici a Venezia. Se invece la commissione della Pietà con le Marie fosse pervenuta dai confratelli della scuola della Trinità, bisogna chiedersi quale ruolo ebbe il nobile veneziano Pietro Bon, che fu il principale referente di Antonello a Venezia. La presenza del pittore in città è documentata nel 1476, quando Galeazzo Maria Sforza si rivolse alla Signoria per averlo a Milano, e Pietro Bon rispose chiedendo al duca di consentire che il pittore siciliano finisse almeno la pala di San Cassiano, oggi parzialmente conservata al Kunsthistorisches Museum di Vienna. Due soli dipinti di Antonello raffigurano la Pietà. Di entrambi non si hanno notizie prima dell’Ottocento. La Pietà del Museo del Prado è in ottimo stato di conservazione, quella del Correr invece rovinata irreversibilmente. Il danneggiamento risale a prima che la tavola entrasse nella collezione di Teodoro Correr. Per evitare eventuali contenziosi dopo la morte, il benemerito collezionista veneziano, a cui si deve la nascita del museo civico (uno dei maggiori in Italia), eliminò ogni traccia dei suoi acquisti, avvenuti per lo più sulla piazza locale tra la fine della Repubblica e il 1830. Si potrebbe pensare che il dipinto Correr corrisponda a quello della scuola della Trinità, descritto dalle fonti in pessimo stato di conservazione. Negli inventari tardi del 1695, 1711, 1722, viene citato “Un Cristo con le Marie, in tavola di Antonello da Messina, tutto logorato in sagrestia”.

Nel 1705 Martinelli menzionando quest’opera, ripete quello che aveva scritto Boschini, usando però il plurale: “In sacrestia, v’è Christo morto, con le Marie: opere di Antonello da Messina”. Il plurale è un lapsus, o si riferisce a un dittico, o a un trittico? Il quadro compare ancora nell’inventario del 1743. Dopodiché se ne perdono le tracce. Nel 1771 Zanetti ricorda che “delle molte opere ch’erano in Venezia non resta in pubblico che un solo quadro di questo autore, benemerito molto della buona pittura. Sta nel Palazzo Ducale nella stanza degli eccellentissimi capi del Consiglio dei Dieci. Rappresenta Cristo morto, sostenuto da alcuni angeli, figure quasi al naturale. Ha il nome del pittore ma non l’anno”. Il quadro, firmato ANTONIUS MESANE<N>SIS, in realtà è opera di Antonio de Saliba, nipote e imitatore del grande pittore messinese. Poiché quel quadro si trova in Palazzo Ducale fin dal Cinquecento, è escluso che possa essere confuso con quello della Trinità. Dalla descrizione degli inventari della scuola sembra che il quadro raffigurasse una Pietà con le Marie al sepolcro. Nessun dipinto noto di Antonello da Messina, o della sua cerchia, raffigura una simile scena: infatti sia nella versione del Prado che in quella Correr il Cristo in Pietà è sempre accompagnato dagli
angeli. Tuttavia si può ipotizzare che l’inventario descrivesse un Cristo su tavola racchiuso da due ante raffiguranti le Marie al sepolcro. L’iconografia dell’adorazione del corpo di Cristo sarebbe stata coerente con la funzione eucaristica di un altare dedicato alla Pietà. In quel tempo Antonello era in “rapporto concorrenziale con Giovanni Bellini”, come si evince dal confronto con la Pietà del Museo di Rimini. Presentando il quadro Correr alla mostra delle Scuderie del Quirinale nel 2006, Mauro Lucco ha sostenuto che “il lato sinistro, e quelli in alto e in basso, recano segni di resecatura. Insomma, era certamente, all’origine, più grande, ma non è possibile sapere quanto, anche se la centratura dell’immagine e il funzionamento compositivo fanno pensare che si sia trattato di una leggera rifilatura”. Ispezionando il dipinto dal vivo, Andrea Bellieni, direttore del Museo Correr, ha confermato le osservazioni di Lucco, accettando di interrogarsi con me sull’ipotesi di un’eventuale provenienza dalla Trinità. È bene ribadire che si tratta ancora di un’ipotesi senza prove. Se però si ammettesse che le Marie di cui parla l’inventario della Trinità fossero state dipinte su uno o due sportelli a chiusura della tavola centrale con un Cristo

in Pietà, l’anta singola o le due ante laterali potrebbero essere andate perdute. La causa del deperimento poteva dipendere dal pessimo stato di conservazione, sottolineato dalle fonti ed evidenziato dalla tavola stessa del Correr. Quest’ultima, se fosse stata la parte centrale di un trittico o di un dittico a due valve, potrebbe essere pervenuta come frammento nelle mani di Teodoro Correr. Comunque il priorato o la scuola della Trinità al tempo dei cavalieri Teutonici erano un luogo di destinazione ideale per la Pietà Correr di Antonello da Messina. Non bisogna dimenticare infatti che la provenienza veneziana del dipinto, per quanto avvolta nel mistero, è documentabile dal primo Ottocento. I medesimi inventari della Trinità nominano un altro dipinto antico: “La Beata Vergine col Bambino in tavola del Giambelino riposta sopra l’altare”. Silvia Marchiori propone di identificare il dipinto con la Madonna con il Bambino e un devoto, attribuita variamente a Giovanni Bellini o alla sua scuola, conservata presso il Seminario Patriarcale di

Venezia. Il dipinto su tavola, non esposto solitamente al pubblico, rimasto finora poco noto, proviene effettivamente dalla scuola della Trinità. Quindi è l’unico dei 33 dipinti citati dalle fonti che sia rimasto in custodia del Seminario Patriarcale; ma è escluso che appartenga alla mano di Giovanni Bellini. Anchise Tempestini ripropone l’attribuzione a Tommaso Bragadin, un seguace di Bellini di cui si conservano pochissime opere certe. La Madonna rimanda al titolo stesso della casa di Santa Maria

dei Teutonici in Gerusalemme. Il dipinto, diversamente da quanto riportano le fonti, non raffigura solamente la Madonna con il Bambino, ma anche il donatore, che ha sopra il capo un’aureola posticcia. Il donatore veste l’abito nero, secondo la regola dell’ordine benedettino. In conclusione alla punta della Dogana di Venezia, verso nell’ultimo quarto del Quattrocento, quando i cavalieri Teutonici governavano il priorato della Trinità e alcuni veneziani devoti avevano preso a riunirsi in una confraternita o scuola, qualcuno ordinò un dipinto ad Antonello da Messina che raffigurasse l’immagine del Cristo morto e delle Marie al sepolcro. Che quel dipinto si possa riconoscere nel quadro Correr come il frammento di un altarolo o di un trittico è solo un’ipotesi in attesa di verifica, ma la presenza di un dipinto di Antonello da Messina alla Trinità di Venezia è un dato storico acquisito, con cui tutti d’ora in poi dovranno fare i conti.

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