LA CHIESA DI SNATA CATERINA SI ILLUMINA D’IMMENSO

.TREVISO | Fino al 3 giugno 2018.

In accordo con il prestigioso Musèe Rodin, il critico d’arte Marco Goldin è riuscito a plasmare una mostra dedicata al genio creativo e visionario Auguste Rodin.
Cinquanta sculture e ben ventitré opere su carta, tra cui ben oltre una ventina di capolavori noti dello scultore: “Il pensiero”, “Balzac” e il “San Giovanni Battista”.

A essere esposte sono tutte le tappe del viaggio artistico di Rodin durato la sua intera vita, a partire proprio dal momento iniziatico avutosi con l’opera di Michelangelo, nella sua fase conclusiva infatti Michelangelo si concentrò sulla sfera dell’indefinito e dell’incompiuto.

Si ripercorre il periodo rinascimentale, il periodo del gesso, quello delle sue fusioni in bronzo e degli schizzi vibranti a matita prima di modellare la materia.

In mostra è stata portata anche una tela, poco conosciuta, di Edvard Munch, risalente al 1907.
Si tratta di un dipinto che raffigura il “Pensatore” nel giardino del dottor Linde, importante collezionista sia di Rodin che di Munch, che viveva a Lubecca.

Goldin non si ferma ad una semplice rassegna dell’opera di Rodin, va oltre, crea anche un confronto. Due personalità grandi si scontrano e si uniscono a Treviso: Rodin e Arturo Martini. Arturo Martini è raccontato nelle sale del Museo “Luigi Bailo”, dove si potranno ritrovare ben oltre cento opere dell’autore tra cui in maggioranza sculture, numerose ceramiche e qualche incisione.

Ad intersecare questo incontro tra lo scultore francese e l’artista Martini è Gino Rossi, autore che si pone come punto di congiunzione tra questi due mondi profondamente differenti. Gino Rossi è un grande simbolo dell’arte trevigiana che riesce, nel Novecento, ad elevarsi agli onori della critica europea ed internazionale.

Occorre, però, introdursi brevemente nella descrizione dell’atmosfera che i presenti in mostra potranno cogliere.

Parto da un passo di Rainer Maria Rilke che scrisse in un suo piccolo libello: “Prima di essere celebre, Rodin era solo. Nella sua opera si cercano le mani che hanno dato forma a questo mondo. Ci si rammenta quanto piccole siano le mani dell’uomo e di come si stanchino presto e quanto breve sia il tempo loro concesso per agire. E nasce il desiderio di vedere le due mani che hanno vissuto come cento, come un popolo di mani destatosi prima dell’alba per incamminarsi sulla lunga via che conduce a quest’opera. Ci si chiede chi sia il dominatore di quelle mani”.

È una domanda che mi sono posta anche io guardando alcune sculture, in particolar modo “Pensiero”, l’opera anche preferita da Marco Goldin.

Viene rappresentata una testa di donna che risulta incastrata in un blocco di marmo bianco. Dico incastrata, utilizzo questo termine per rievocare la sensazione di turbamento che si prova stando di fronte questa scultura. La ragazza presenta dei tratti sottili e graziosi, tuttavia il corpo manca, sembra come fosse stato inghiottito dall’informe massa marmorea che la cinge completamente.

Stiamo parlando di un’opera che rappresenta simbolicamente l’intera filosofia della scultura di Rodin. Stiamo parlando di un autore che non si sforza nel riprodurre il reale quanto invece nel riprodurre la Verità, andando ad incidere un indissolubile solco tra i due concetti.

Quello che potrete trovare nelle sculture di Rodin non sarà mai una fotografia pedissequa della realtà, quanto invece una continua tensione alla ricerca della Verità, dell’Altrove.

Ecco perchè in tutte le sale della mostra si nota un’attenta e scrupolosa, a tratti folle, introspezione psicologica.

Rodin io lo definirei un Carl Gustav Jung del marmo.

Melissa Shani

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