Fondazione Prada, un crossover di conversazioni artistiche

sempre innovative. Di Paolo Gelmi.

Della Fondazione Prada ci sono molte cose da dire, soprattutto adesso, nell’imminenza di una grande novità. Il polo internazionale dedicato agli amanti dell’arte e dell’architettura, sito in una sironiana periferia di Milano fatta di binari, fabbriche e torri dell’acqua infatti, il 20 aprile vede inaugurata la sua torre, e con questa la fine del progetto dello studio OMA diretto da Rem Koolhaas, ideatore della nuova identità del grande complesso che all’inizio del Novecento ospitava la Società Italiana Spiriti, dove si produceva il brandy Cavallino Rosso. Lui, l’architetto, è “l’olandese” di cui portano la firma edifici che hanno fatto storia negli ultimi anni, costruzioni come la Biblioteca Centrale di Seattle del 2004, la Casa da Música di Porto del 2005 o la sede della China Central Television di Pechino del 2011 per esempio, è il vincitore del Pritzker Prize del 2000 e del Leone d’Oro alla Biennale di Venezia nel 2010 che poi ha diretto nel 2014. Il suo progetto architettonico per Largo Isarco 2 a Milano, prevede che da oggi non ci siano più solo gli edifici preesistenti, ex magazzini, laboratori, depositi e silos e le due nuove strutture, il Podium per le mostre temporanee e l’ambiente multifunzionale con sala cinematografica, ma anche una torre, che con i suoi 60 metri di vetro e cemento bianco diventerà certamente uno degli elementi iconici per la fondazione ed emblematici per la città di cui entra a far parte. Dalla terrazza panoramica con rooftop bar, ai nove piani di spazi espositivi interni ideati per ospitare le esposizioni, le grandi installazioni della Collezione Prada e le aree dedicate ai visitatori.

È evidente, infatti, che il suo disegno sia sintesi della visione architettonica che ha dato origine al progetto dell’intero complesso, e che la raffinata geometria che prospetticamente pare mutare la struttura a seconda della posizione di osservazione, sia assunta a simbolo di quelle “infinite serie di possibili configurazioni” che, parallelamente, anche il percorso artistico può assumere nel suo svolgersi. Siamo ormai molto lontani da quel 1993 in cui, dall’interesse di Miuccia Prada e Patrizio Bertelli per il mondo dell’arte, prende vita PradaMilanoArte. L’intenzione concreta di promuovere l’artisticità, con un particolare accento sulla scultura contemporanea, che nelle atmosfere industriali di uno spazio espositivo meneghino a due passi dal centro, è stata il nucleo embrionale di quella che oggi è Fondazione Prada, una realtà internazionale di primo piano nel campo di ciò che attualmente s’intende con i termini “cultura” e “arte”. Significativa, in questo senso, un’affermazione di Bertelli che dice:

“Il nostro potere, come Fondazione Prada, è quello di stimolare gli artisti: il fondamento del Made in Italy non è solo la dimensione del fare. È la cultura. E questo va tenuto ben presente”.

I trascorsi della Fondazione Prada sono un crescendo di esposizioni di protagonisti in ordine sparso come artisti del calibro di David Smith, John Baldessari, Louise Bourgeois, Mariko Mori, Enrico Castellani, Francesco Vezzoli, Steve McQueen, Tom Sachs, Nathalie Djurberg, Roman Polanski, Alexander Kluge, H. C. Westermann o David Byrne, performance dal sapore sempre attuale non solo per la natura del percorso presentato, ma soprattutto per concept e research perspective. Un chiaro esempio di questo modus operandi è “Post Zang TumbTuuum. Art Life Politics: Italia 1918-1943” il progetto espositivo presente fino al 25 giugno nel polo milanese che gode del Patrocinio del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo. Quella concepita e curata da Germano Celant, è la minuziosa ricostruzione di un’epoca eseguita attraverso una ricerca documentata, che restituisce allo spettatore l’autentica (e particolarissima) atmosfera che si respirava in Italia tra le due guerre mondiali, un momento storico che, come si capisce attraversando le diverse sale espositive, era caratterizzato da una reale, palpabile, nonché costante, interdipendenza tra ricerca artistica, dinamiche sociali e attività politiche.

Non è un caso che a più di cento anni di distanza, si prendano in prestito Zang Tumb Tumb, le onomatopeiche bombe dell’assedio di Adrianopoli nel 1912 di “Parole in libertà” di Marinetti per raccontare queste connessioni. Riprodotte per ambienti fedelmente ricostruiti, l’aurea del periodo è garantita dalla fotografia che, con il ruolo di documento, scandisce il percorso espositivo e, come dice lo stesso Celant: “Offre una percezione del luogo in cui la storia dell’arte entrata in scena in modo ufficiale e non ufficiale, e permette un’interpretazione dei manufatti insieme al loro contesto esistenziale”, accogliendo, ognuna nel proprio ambiente, le opere che vi furono effettivamente presenti.

Con il biglietto quindi, non si varca solo l’ingresso di una mostra ma capita di entrare nella casa-galleria del collezionista Léonce Rosenberg per ammirare “La scuola dei gladiatori” di Giorgio de Chirico, nel salotto di Filippo Tommaso Marinetti mentre impartisce istruzioni alla cameriera davanti al “Dinamismo di un footballer” di Umberto Boccioni, ci si trova alla mostra “Das Junge Italien” in una Nationalgalerie di Berlino del 1921 di fronte alla natura morta di Morandi, o ancora al cospetto di opere di Fortunato Depero e Giacomo Balla nell’allestimento della Biennale di Venezia del 1926, il debutto dei Futuristi. Come in un’art experience virtuale, ma con l’autentico sapore vintage di una promenade fra le pagine di un vecchio catalogo del secolo passato.

Written by admin