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Arte interrogativi – Di Salvatore Fazia | Critico dell’Arte …consideravo i desideri che nutrivo per la mia vita. Il più importante o il più attraente risultò essere il desiderio di acquisire una visione della vita
in cui la vita si rivelasse però al tempo stesso e con non minor chiarezza un nulla, un sogno. Era forse un bel desiderio, il suo desiderare non era un desiderare, era semplicemente un difendere, un imborghesire il nulla.

Tutti i moderni, a partire dai primi, i profeti della tecnica, i poeti della tecnica, i tecnici del fare, insomma i pratici dell’organizzazione di ogni cosa in forma macchinica, i meccanici della strutturalità delle cose e della modellizzazione delle cose alla loro strutturalità, vivono con il loro resto inorganico e nel sapore del nulla. Il cui eccesso, a lungo andare, da una parte dona evidenza ai processi e ai flussi, ai loro tagli distruttivo- costruttivi, dall’altra apre alla nuova voragine dell’annientamento periodico di tutte le cose, che l’inceneritore in forma di progresso induce e introduce nella storia.

Il nichilismo di pratica in pratica, di cosa in cosa, fa posto a quella teologia del nulla che apre tutto lo spazio dell’infinito prossimo venturo alla sua opposta tecnologia del tutto aperto. Sicché ognuno, imprenditore o autore, lavoratore o consumatore, scopre e applica questa legge di produzione e distruzione che tiene in campo la materia e la sua stessa reversione. C’è un episodio di vita che fa da scena a tutto questo, in sé poetico ma del tutto reale, ne presta, per così dire, perfino l’emozione da calendario e di giornata: un giovane studente universitario, forse ancora un liceale, si trova sul monte San Lorenzo a Praga, quando, per la prima volta, ha la sua visione del nulla sotto forma di desiderio, e così la racconta: «sedevo una volta, molti anni fa (è il 1920), certo triste abbastanza, sul declivio del monte San Lorenzo.

…consideravo i desideri che nutrivo per la mia vita. Il più importante o il più attraente risultò essere il desiderio di acquisire una visione della vita
in cui la vita si rivelasse però al tempo stesso e con non minor chiarezza un nulla, un sogno.

Era forse un bel desiderio, il suo desiderare non era un desiderare, era semplicemente un difendere, un imborghesire il nulla.

Arte interrogativi
Di Salvatore Fazia | Critico dell’Arte

Consideravo i desideri che nutrivo per la mia vita. Il più importante o il più attraente risultò essere il desiderio di acquisire una visione della vita, in cui la vita, pur serbando le pesanti cadute e risalite che le sono proprie, si rivelasse però al tempo stesso e con non minor chiarezza un nulla, un sogno, un che di sfuggente. Era forse un bel desiderio, se io lo avessi veramente agognato. Come il desiderio di inchiodare con meticolosa diligenza artigianale delle assi per farne un tavolo e insieme di non far nulla, ma non in modo che qualcuno potesse dire: – Per lui inchiodare non significa nulla -, bensì: – Per lui inchiodare significa realmente inchiodare e al tempo stesso non significa nulla -, il che avrebbe reso ancor più audace, più deciso, più reale e, se vuoi, più insensato quell’inchiodare. Ma lui non poteva in nessun modo avere un simile desiderio, perché il suo desiderare non era un desiderare, era semplicemente un difendere, un imborghesire il nulla, era un alito di vitalità ch’egli voleva infondere nel nulla in cui non muoveva allora che i primi passi consapevoli, ma che già avvertiva come il proprio elemento. Era allora una sorta di addio che lui dava al fittizio mondo della giovinezza: questa d’altronde non lo aveva mai espressamente ingannato, ma aveva soltanto lasciato che i discorsi di tutte le autorità intorno a lui lo ingannassero».

Chi scrive è Kafka che sa già che scrivere è imborghesire il nulla.

 

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