È certo che un libro non vada giudicato dalla copertina ma dalla trama.
E siccome dopo questa recensione non voglio sentire personalità dirmi che io giudico una mostra in base alla sua estetica esterna, faccio una breve premessa.
Ecco la trama biografica delle mostre più note di Goldin che dispongo a mo di elenco così è più semplice memorizzare le tappe: Tutankhamon, Caravaggio e Van Gogh. Tremenda unione di realtà differenti, senza la nobile presenza di una qualche logica. C’era soltanto la semplice pretesa di accostare grandi nomi conosciuti in modo da creare più seguito. Questo è evidente. Panoramica “ Raffaello e Picasso” atroce volo pindarico, sempre tra nomi noti “ Gli impressionisti e la neve” , ennesima scommessa sugli impressionisti, con buona pace degli impressionisti.

Bene, chiarito questo posso parlare di “Van Gogh a Vicenza”, epilogo più che coerente. Sono stata proprio felice di leggere delle recensioni critiche sulla mostra in questione definita da alcuni colleghi “mostra panettone”. Facile far leva su Van Gogh è come giocare a poker a carte scoperte. Con rispetto per il grande artista in questione, credo che la cittadinanza meriti di conoscere anche altri grandi nomi: Bouguerau, Thirion, Vincente Romero, le opere meno note di Kounellis per andare nell’arte povera, ad esempio. Il quadro peggior se poi leggo che agli albori della sua carriera si incentrasse proprio nello studio di pittori moderni non conosciuti, che non abbia continuato il tutto perché ad un certo punto ha preso contezza che guadagni di più investendo sul sicuro? La questione è che fa comodo ad un organizzatore scegliere il nome ormai banalizzato di Van Gogh perché così facendo da lustro a se stesso e alle tazze che la gente compra con la faccia di Van Gogh impressa, tendenza che va abolita. Non c’è un’intenzione di elevare lo spettatore a nuovi temi, c’è una chiara volontà invece di farlo rimanere nell’inconsapevolezza per manovrarlo coi famosissimi nomi di impressionisti. Ricordo un bel passo di Infinite Jest scritto da David Foster Wallace, diceva che fare arte significa parlare di cose per amore, non per farsi amare.

Goldin parla d’arte per farsi amare, la conseguenza è che migliaia di cittadini -inconsapevoli, stupiti, ingenui- ameranno Goldin e ameranno Van Gogh, ma mai Thirion, mai Lino Selvatico, mai Vincente Romero, mai Kounellis e tanti altri.

Molto meglio la retrospettiva sul veneziano Lino Selvatico. Meno rumorosa eppure più dolce e genuina.

Beunida Melissa Shani

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