Alessandro Meluzzi per Kyoss Arte

Di Alessandro Meluzzi, psichiatra, psicologo, psicoterapeuta e criminologo con la collaborazione di Andrea Grippo, scrittore, blogger e social media manager e con il contributo di Margherita Lepore dottoressa in psicologia clinica.

Non c’è artista più criptico e più incomprensibile di Warhol. Non ci sono antecedenti in grado di illuminare l’operato di un uomo eccezionale. Warhol è stato il fondatore di quella che oggi tutti chiamano ‘pop art’. Un’arte popolare che tutti potevano capire e in cui tutti potevano riconoscersi. Lo stesso Andy era un uomo assolutamente normale con tratti di personalità francamente psicopatologici ma non si poteva certo dire che era un uomo disturbato, sebbene si impegnasse molto per sembrarlo.

Andy Warhol si dedica inizialmente alla pittura attraverso l’impianto serigrafico che gli consente di riprodurre in serie i suoi quadri. Ma non si limitava a creare in serie, Warhol riproduceva molte volte la stessa immagine sulla tela, a volte cambiandone i colori. Prendiamo come esempio la Campbell’s Soup Cans: 50 lattine di zuppa su una tela. Warhol dice che la mangiava abitualmente. Sempre lo stesso pranzo ogni giorno per vent’anni. È come se l’artista fosse dominato da comportamenti rituali. Non è chiaro se la zuppa gli piaccia o meno, ma non può fare a meno di sorbirla. È una caratteristica tipica del disturbo compulsivo, che prevede comportamenti ripetitivi che il soggetto si sente in dovere di mettere in atto, riducendo l’ansia o il disagio o a prevenire eventi temuti. Ma che cosa pensava che sarebbe accaduto se non avesse mangiato una zuppa al giorno? È un interrogativo che rimarrà per sempre senza risposta. Tale disturbo è spesso presente nei bambini ma col tempo si dissolve. Anche l’artista pare esserne stato vittima in giovane età, quando si divertiva a proiettare per ore

e ore, sulle pareti di casa, lo stesso film di Mickey Mouse. Nel caso di Warhol è chiaro che questo tratto caratteriale rimase presente. Tratto di personalità che si evince anche dai suoi cortometraggi, dove le scene sono ripetute fino alla nausea. Collegato a questo disturbo, è sicuramente il fatto che Warhol accumulava compulsivamente gli oggetti di uso comune. Che cosa ne faceva delle lattine di zuppa, dopo averle svuotate? Probabilmente le accatastava finché non erano di intralcio per la sua vita quotidiana. Allora le sistemava dentro una scatola che lui chiamava ‘capsula del tempo’. Nel corso della sua vita riempì esattamente 612 scatoloni. L’artista era assolutamente incapace di disfarsi delle cose possedute.

D’un tratto, nel 1968, i tratti disturbati di personalità di Warhol si trasformano in veri e propri disturbi di personalità. Che cosa accadde? Una donna, Valerie Solanas, sparò all’artista, ferendolo gravemente. Le apparizioni dell’artista in pubblico diminuirono drasticamente. Probabilmente questo evento, che provocò un disturbo post-traumatico da stress, fece esplodere quelli che prima erano semplicemente tratti di personalità, potenzialmente malati, in malattie psicopatologiche vere e proprie. Le ossessioni di Warhol divennero reali: pensieri persistenti, vissuti come intrusivi e indesiderati, ignorati o soppressi fino a quel momento, si impadroniscono dell’artista, riducendolo ad un produttore seriale di una quotidianità dimenticata e benefica di cui si vuole riappropriare. Una quotidianità fatta di star del cinema per Andy, che era cresciuto all’ombra di Hollywood.

Written by admin