Intervista a Francesco Girondini. Direttore AMO, Arena Museo Opera. A cura di Riccardo Manfrin.

Francesco Girondini, veronese, ora Direttore Arena Museo Opera (AMO). Dal 2008 al 2016 Sovrintendente della Fondazione Arena di Verona. Dal 2000 al 2005 Segretario Regionale alla Cultura della Regione Veneto.

Come si struttura l’attività di AMA e con quali obiettivi?

Premesso che sono tutt’ora convinto della bontà della scelta a suo tempo fatta, frutto di un accordo tra la Fondazione Cariverona, il Comune di Verona e la Fondazione Arena, correva l’anno 2012, di aprire, a Palazzo Forti, un museo dedicato all’opera lirica e più precisamente al “mettere in scena”, cioè al mostrare al grande pubblico, gli archivi legati alle produzioni liriche areniane realizzate in più di un secolo di attività. Inoltre l’Arena Museo Opera ritengo rappresenti un importante valore aggiunto al sistema museale veronese. Sono infatti numerosissimi gli apprezzamenti ricevuti dai visitatori, soprattutto da quelli stranieri. Infine credo che AMO sia riuscito a raggiungere uno degli obiettivi fondamentali, specifico di qualsiasi istituzione museale, e cioè quello di avere messo a disposizione di tutti, in particolare modo dei veronesi, un luogo permanente di memoria collettiva, nel contempo anche identitario, di un pezzo della storia culturale della città di Verona.

Quali mostre ono state realizzate sino ad ora?

All’AMO, accanto alle mostre stabili attinte dall’Archivio Storico di Fondazione Arena, sono state realizzate nel periodo di svolgimento del Festival Lirico alcune esposizioni temporanee quali AMO Pavarotti e Maria Callas The Exibition, indirizzate principalmente agli appassionati d’opera ma rivolte anche ad un pubblico di visitatori più vasto che poteva avere il desiderio di conoscere il percorso artistico, ma anche la vita privata, di queste due grandi icone internazionali del canto. Poi, per allargare la platea di visitatori, grazie all’imprescindibile apporto della società Arthemisia, si è deciso di affiancare alle esposizioni permanenti delle mostre dedicate a grandi artisti dell’arte moderna quali ad esempio Tamara de Lempicka, Pablo Picasso, Toulouse Lautrec, ed ora Fernando Botero, con lo scopo di far conoscere ad un pubblico più vicino all’arte che alla musica, il museo dell’opera.

Sono stati disposti molti investimenti sul progetto?

La crisi economica che ha travolto nel 2008 prima gli USA e poi l’Europa ha assestato, soprattutto in Italia che già era la cenerentola del mondo occidentale in tema di investimenti nella valorizzazione e promozione culturale, un colpo pressoché mortale alle casse pubbliche e, in particolare da noi, a quelle dei Comuni per effetto del patto di stabilità contratto dal Governo italiano con la Comunità Europea. Purtroppo non solo a quelle casse ma anche alle casse di gran parte delle imprese italiane e, a cascata, alle tasche degli italiani, con la conseguenza di zero, o quasi, investimenti nelle produzioni culturali che storicamente venivano realizzate dagli enti pubblici con, in molti casi, il sostegno economico delle aziende private che intervenivano con le sponsorizzazioni.

Sono quindi intervenute aziende private?

Pertanto, in mancanza di soldi da investire per la produzione di mostre, ma anche in qualsiasi altra attività culturale, le pubbliche amministrazioni hanno abdicato al loro ruolo istituzionale di promotrici delle arti a dei soggetti privati che, facendo questi impresa, hanno giustamente guardato più all’ottenere un ritorno economico, talvolta però appena sufficiente a coprire i costi, piuttosto che al proporre una vera e propria programmazione artistica di ampio respiro, presentando mostre dal sicuro, o quasi, successo di pubblico.

In molti casi la qualità di queste mostre è stata elevata e comunque, a ben guardare, è stata una fortuna che in questi anni vi siano state queste imprese private altrimenti le offerte culturali nel campo dell’arte in molte città italiane sarebbero state quasi del tutto inesistenti.

Quali sono stati gli effetti della riforma Franceschini?

Qualsiasi riforma perché produca i risultati attesi deve essere accompagnata anche da delle azioni a sostegno della stessa. In questo caso, ma la cosa vale anche per altre tipologie di riforme adottate negli anni in altri settori della cultura, non risulta sufficiente definire a tavolino che il direttore di un museo sia un manager senza prima stabilire cosa si intende per manager in quello specifico campo professionale. Se invece lo si definisce tale di default, solo perché gli verrà data una maggiore autonomia di gestione rispetto al passato, contemporaneamente gli si dovrebbero anche fornire i mezzi per diventarlo nei fatti, non solo sulla carta, e di conseguenza porgli degli obiettivi di risultato sia culturali che economici, cose che mi sembra non siano state fatte. Poi, va’ detto, che comunque in Italia delle vere e proprie riforme al passo con i tempi, risultato di una politica culturale lungimirante, nei vari settori della cultura non ne sono mai state fatte. Vi sono stati solo degli aggiustamenti, tra l’altro spesso tardivi, superati nella loro ipotetica efficacia dall’incedere inesorabile del tempo a causa quasi sempre di una burocrazia, non solo a livello statale, farraginosa e di un parlamento italiano elefantiaco.

E i Laboratori Didattici?

L’altra importante attività dell’AMO, accanto a quella del conservare e tramandare l’eredità degli archivi storici e la conoscenza di molte delle produzioni messe in scena nei vari festival lirici, è stata in questi anni quella destinata alla formazione del pubblico del domani, attraverso la realizzazione di laboratori didattici, di spettacoli per bambini e famiglie, dedicati all’opera.

Le varie iniziative hanno riscosso un grande successo e la media di alunni partecipanti è stata di oltre 4.000 per ciascun anno scolastico.

Arte moderna/contemporanea: l’Italia è al passo con l’Europa?

In Italia, storicamente, vi è sempre stato un ritardo nel riconoscere l’importanza e la validità delle correnti artistiche in quel momento contemporanee. Quasi sempre nel secolo appena trascorso questi riconoscimenti, o addirittura scoperte, sia dei movimenti artistici che dei singoli artisti, sono avvenute all’estero. E l’Italia, probabilmente a causa della sua grande eredità artistica, rispetto a paesi a noi vicini, penso all’Inghilterra, alla Germania, ma anche alla Francia, ha creato poche occasioni perché l’arte contemporanea potesse essere maggiormente conosciuta dal grande pubblico, e quelle poche occasioni sono state molto spesso offerte da fondazioni d’arte private che però, nei casi più noti, hanno nella realtà fatto del mecenatismo non del tutto disinteressato. Oggi, in teoria, con la crescita anagrafica dei cosiddetti nativi digitali questo problema legato alla conoscenza, e quindi anche ad una maggiore affermazione sociale dell’arte contemporanea, potrebbe non rappresentare più un problema essendo anche questo settore massicciamente presente sul web e quindi globalizzato e pertanto “democraticamente” alla portata di tutti.

 

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