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.LUCA CAMPIGOTTO, SUGGERITORE DI EMOZIONI.

Un silenzio senza tempo avvolge le scenografie ricreate dagli scatti fotografici di Luca Campigotto.
Che siano paesaggi naturali o urbani, lande desolate desertiche o marine, montagne velate dalla neve o rocce assolate, spettri industriali abbandonati, grattacieli squadrati che si stagliano come giganti, o scorci di palazzo che si specchiano sui canali, l’effetto è straordinariamente lo stesso.

Quello di una fucilata sparata con l’obiettivo fotografico per colpire l’immaginario di chi le guarda.
Veneziano classe 1962, Campigotto insignito nel 2015 del Premio Hemingway per la sua straordinaria capacità di “raccontare per immagini”, ha esposto a Parigi, Londra, Lugano, Valencia, Miami, Montreal, Roma, Rovereto; a Venezia alla Biennale, al Museo Fortuny, a Palazzo Ducale, ha una formazione storica e una grande passione per il cinema. Entrambe lo hanno indirizzato verso il viaggio come esperienza sia fisica che emotiva, come recupero di nostalgie visive che si fissano sulla lastra.

Difficile non restare stregati dalle evocazioni che riesce a ricreare con le sue ambientazioni. Rigorosamente svuotati da presenze umane, sia i paesaggi naturali che quelli urbani, sono costruiti per ricreare una profondità carica di tensione compositiva attraverso giochi di linee e colpi di luce.

Mozzafiato i suoi “Wild places” che spaziano dallo stretto di Magellano alla Patagonia, dal Marocco alle Dolomiti, dall’isola di Pasqua alla Lapponia, visioni contemplative che diventano vedute eroiche e che lo tengono “ostaggio” dei propri ricordi.

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Ma altrettanto lo skyline di New York, la metropoli dei suoi sogni, che lo folgorò sin dalla prima volta nel 1981 quando, uscito dalla metropolitana ascoltando Phil Collins, alzò gli occhi al cielo; di nuovo nel 1999, e poi nel 2004 quando decise di elaborare un racconto per immagini sulla città che fu il set di “C’era una volta in America”, di “Carlito’s way”, la Gotham City notturna di Batman, o la quinta diurna di “Metropolis”. Quella Big Apple fatta di giganti che bucano il cielo come sculture della modernità in uno scenario dai contorni ridefiniti attraverso giochi perfetti di controluce. Straordinario parallelo con la “sua” Venezia, amata di notte, come per tutti i veneziani, quando unici rumori sono il fruscio dell’acqua nei canali, o l’eco dei passi nelle calli e le ombre sono quelle dei palazzi antichi e carichi di storia che restringono lo sguardo a un orizzonte ribassato.

Si resta di nuovo ammutoliti, in un silenzio gravato dal rispetto, quando fa rivivere l’inutile assurdità della guerra di trincea attraverso i solitari scorci delle nostre montagne, teatro delle disperazioni di una gioventù bruciata tra le rocce delle 5 Torri, della Marmolada, delle 3 Cime, o nei cunicoli del Lagazuoi.

Noi diventiamo spettatori passivi ma emozionati, risucchiati da un fascino che trapela dai luoghi fotografati, ma che ci irretisce per come Luca Campigotto li ha saputi trasfigurare.

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