Il passaggio da una figura a un’altra, per cui qualcosa, un tema di scena nell’opera, tramite il trattamento artistico, diventa un’altra
cosa, la cui alterazione alla ne non è nemmeno un’alternativa ma, totalmente e subito, pensiero e immaginario di un altrove. In assoluto e in assoluzione, letteralmente a dissoluzione e scioglimento di tutto quanto s’era prima impigliato sia nella soggettività dell’io patetico sia nell’oggettività simpatetica del non-io. È il clima di uso di uno stato d’animo al quale si accede una volta che si è felicemente compiuta la missione dell’arte (“l’uomo è qualcosa che dev’essere superato”): è questa storia della missione, la sua stessa leggenda, la sua tregenda evocata nell’opera, tra crocifissione e morte nel calvario dell’opera, tra passione e redenzione nella riuscita e nel successo, a costituire la spinta ascensionale per la gloria infatuata e fatua dell’assunzione in cielo: “Creare – questa la grande redenzione dalla sofferenza, e il divenir lieve della vita”. Non è un caso che la trasfigurazione per antonomasia sia quella di un dio-uomo divenuto uomo-dio, che

la metamorfosi sia avvenuta come è avvenuta, tra l’incredulità e la sospensione dell’incredulità, il sacrificio e l’artificio del sacro nel simbolo della propria missione e a missione compiuta. Il movimento dell’arte, il suo vero e etto speciale, è immutabile: è ciò per cui un’opera d’arte è divenuta un’opera d’arte, la sua funzione assoluta; quel che cambia è il tempo di assoluzione: prima lo scioglimento dell’oggetto e il nodo in gola dell’artista, poi lo stato liberato dell’Io e la visionarietà della sua stessa oltranza, con il contenzioso della trasvalutazione, i valori messi in campo e messi in gioco, alla ne fatti fuori e sbandierati nei trofei. Con la trasfigurazione dell’arte antica inebriata nell’ideale: l’ideale classico della bellezza, l’ideale cristiano della beatitudine.

Con la trasfigurazione moderna interamente trasferita nell’euforia dell’annientamento del reale col suo negativo, com’è nella risata estetica dello Zarathustra. Non è facile parlarne:
da sempre coltivata sotto i linguaggi mimetici della critica, l’idea di trasfigurazione imbarazza, se ne vive il disagio a puntualizzarne tempo e luogo nell’opera. Non è tuttavia difficile sperimentarne la percezione, essendo quasi un luogo comune; difficile è farne oggetto di rappresentazione critica, isolarne il fenomeno, seguirne
gli svolgimenti e descriverli. Opportunamente esaltata quando ne è stata individuata e valorizzata la forma mimetica in quella figura della critica che Baudelaire ha qualificata come poetica. Ci sono critici, e, più volte, scrittori, filosofi, poeti, che ne hanno fatto e ne fanno oggetto di re-citazione appassionata. Poco facile è identificarne i contenuti, perché si tratta di proiezioni dell’emotività nelle quali sono le figure del testo che svaniscono, vanificano e diventano forme dell’eccitazione visionaria. E’ che l’intervento trasfigurativo agisce mimeticamente all’interno dell’opera e in ogni tratto del suo svolgimento, per cui nella fase della trasformazione-in-forma di un tema ha già luogo l’e etto di trasfigurazione, che, nella fase dello stile, della ri-forma del senso sia della cosa che della sua forma percepita, ha poi la sua azione trasfigurativa più personale – essendo comunque trasfigurativa ogni azione, singola o complessiva, istantanea o generale, che compie il salto dal sintomo al segno, dal segno al significato, dal significato al simbolo, dal simbolo al suo metabolismo emotivo-visionario, e come continua azione eversiva dalla sica delle cose alla meta sica delle pose, e in una traslocazione dell’io euforica e a più piani.

di Salvatore Fazia

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