Io le mie montagne e i suoi scalatori estremi li conosco molto bene. Fin da bambino ero affascinato dai racconti delle loro arrampicate, dai pensieri delle loro notti appesi in pareti verticali e dalle tragedie che aimé spesso si consumavano. Si, sono affascinato anche dalle tragedie perché nascondono quell’aura di mistero e incomprensione dell’essere umano che lo porta spesso a s dare l’estremo alla ricerca di sé stesso o di una costruzione che siffraffgura, come si fa con l’arte. Entro in quello che Michele chiama il suo “laboratorio”, una splendida casetta in una frazione di Valdobbiadene con una vista strepitosa. Mi guardo intorno e vedo mischiati oggetti per arrampicare insieme a colori, legni, tele, sculture e quadri. Dietro di me scorgo una figura longilinea, di legno. Non riesco a non avvicinarmi e a toccarla ed accarezzarla. Ha delle forme quasi primordiali e intanto che Michele continua a parlare raccontandomi i suoi percorsi, sia montani che artistici, ribadisco dentro di me che la necessità di esprimersi attraverso quelle mani rovinate dalla roccia, è pari al raggiungimento della cima di una parete. È una elevazione spirituale e figurativa che esprime ciò che la parola non permette di interpretare perché frutto di una ulteriore elaborazione cognitiva che fa disperdere energia. Intorno a me, quasi all’improvviso mi compaiono altre sculture, quadri e schizzi di colore che alternatamente mi danno gioia e dolore. Sono riuscito a percepire Michele, le sue opere e le sue s de, le sue paure e la sua tremenda energia che ha bisogno di uscire dalle sue mani ruvide per raccontare quello che gli altri non hanno il coraggio di mostrare, se stessi.

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