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.GIULIO CESARE

L’inizio e la fine di questa nuova versione del Giulio cesare appena andato in scena al Teatro Goldoni di Venezia e al Verdi di Padova sono legati da un destino inquietante che va oltre il tempo e sembra non sentire il peso dei 500 anni che sono trascorsi da quando William Shakespeare l’ha composto. Un bambino giace senza vita sulla sabbia (l’immagine è quella incancellabile dalle memorie del piccolo Aylan curdo-siriano morto sulla spiaggia di bodrum nel settembre dell’anno scorso) mentre onde inesorabili gli accarezzano il capo. Scorrono sullo schermo, dove campeggia lapidaria la parola WOrdS, i volti di Obama, christine Lagarde, Putin che lasciano ammutoliti e spiazzati gli spettatori, mentre i 12 interpreti nell’adattamento di Alex rigola, già direttore della biennale Teatro, si apprestano ad irrompere sul palcoscenico con la loro presenza imperiosa vestiti provocatoriamente da Lupo ezechiele e Tre Porcellini. Le vicende sono quelle ispirate al bardo inglese dalla storia e dalle Vite parallele di Plutarco, che descrivono i 3 anni dal 45 al 42 a.c., compressi in sei giorni. Avvenimenti che raccontano di cesare al comando (interpretato da maria Grazia mandruzzato), lacerato da misteriosi sogni premonitori, i congiurati fomentati da cassio (michele maccagno), pronti a insorgere contro le sue presunte ambizioni, bruto (Stefano Scandaletti) combattuto tra l’amicizia e la fedeltà a cesare e l’amore incondizionato per roma. Tutti seguono nel recitato il testo shakespeariano che dalla Guerra civile, che vide contrapposto il Triumvirato di Antonio, Ottaviano e Lepido, agli eserciti repubblicani dei congiurati, si eleva alla guerra globale dei nostri giorni, rendendo eterno il tema del potere.  L’effetto è dirompente poiché in scena sembra voler dimostrare come la sopraffazione si costruisca e fortifichi con l’arte oratoria, capace di capovolgere situazioni e sentimenti, allora come oggi. e crescono il pathos e il ritmo con il precipitarsi tra il pubblico degli stessi attori che si confondono tra la folla per urlare prima contro, poi, sedotti in un attimo dalle parole di Antonio (un convincente michele riondino), eterne nella loro suadente bellezza e forza che Shakespeare ha saputo infondergli, a favore di cesare riscoprendone generosità e amore di patria. Al confronto bruto “uomo d’onore” ne risulta schiacciato tanto da scegliere per sé inevitabilmente, la morte. Nel frattempo il cadavere di cesare, chiuso in un parallelepipedo che ne lascia intuire lo scempio, è inquadrato con effetto zoomato in un improbabile primo piano, sanguinante, nel volto androgino di maria Grazia mandruzzato che lo interpreta con abile e convincente forza espressiva, confermando allusivamente il ruolo pesante delle donne, capaci oggi di ricoprire sempre più posizioni di comando. Un dialogo mai interrotto tra passato e presente, tra storia e attualità che affascina per la scelta del direttore spagnolo, alle prese con la sua prima regia italiana, di renderlo vivo grazie ad uno dei classici della drammaturgia, dimostrando come non sempre, osando una trasposizione di testi immortali, si possa gridare allo scandalo. La tesi è provocatoria. dopo l’assassinio, campeggia sullo schermo a caratteri cubitali la scritta S.P.Q.r. che sembra voler autorizzare l’eccidio; la mattanza è avvenuta nel nome del popolo e per salvare la democrazia. Tutto per un bene superiore. così ieri un omicidio di stato, oggi le guerre intelligenti e le missioni di pace. In un vorticoso ritornare in scena nel secondo atto, gli attori, con operazione chirurgica, spostano le ossa accumulate quasi a comporre una montagna, che via via, si sgretola, lasciando affiorare la sagoma di pezza del piccolo Aylan vittima innocente di una umanità disumanizzata che assiste impotente ed incurante all’eccidio.

 

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